EuroCv: storia di un curriculum europeo nato nel 2005
Nato nel 2005 a Trieste, EuroCv ha offerto curriculum online gratuiti in 25 lingue, tradotti da volontari di tutta Europa. Finalista al Global Junior Challenge, con API pubbliche e sottodomini personali, è rimasto in servizio fino al maggio 2026. Oggi i domini eurocv.eu ed eurocv.it puntano a questa pagina: la storia del progetto, e cosa ne resta.

EuroCv è stato il nostro primo progetto pensato per il mondo intero: un curriculum online, gratuito, in venticinque lingue, nato a Trieste nel 2005 e rimasto in servizio fino al maggio 2026. Oggi i domini eurocv.eu ed eurocv.it portano qui, a questa pagina. Questa è la sua storia — e il motivo per cui vale la pena raccontarla.
Novembre 2005: un'idea semplice, quasi ingenua
Il primo appunto di progetto è datato 23 novembre 2005, ore 16:27. Parla di una cosa banalissima: mettere un'iconcina di aiuto accanto a ogni campo del modulo, perché compilare un curriculum online non deve essere una tortura.
Da quell'appunto ne sono nati un centinaio di altri. Il codice a barre da stampare sul CV cartaceo. Il planisfero delle visite. L'esportazione in Word, in TXT, perfino in LaTeX. Le magliette per lo staff. Una directory pubblica per sfogliare i curriculum per settore. L'idea di fondo, però, restava una sola e sta scritta in due righe sulla home di allora:
Crea il tuo CV online una volta per tutte. Il mondo intero potrà usare un semplice link per accedere al tuo curriculum, e sarà visibile senza alcuna pubblicità.
Quel link era la parte che piaceva di più. Ognuno aveva il suo sottodominio personale — nomecognome.eurocv.eu — e non doveva più allegare un PDF a ogni mail. Aggiungendo .rtf all'indirizzo, lo stesso curriculum usciva pronto per Microsoft Word. Nel 2006, questa era una piccola magia.
Venticinque lingue, tradotte da sconosciuti
La parte più ambiziosa non era il curriculum: era la traduzione. EuroCv doveva funzionare in venticinque lingue europee, e non avevamo un budget per le agenzie. Così abbiamo costruito un sistema interno — si chiamava EuroCv Internationalization — dove chiunque poteva registrarsi come traduttore o revisore, prendere in carico una frase, tradurla e mandarla in revisione.
C'erano una classifica dei traduttori più attivi e un attestato ufficiale per chi contribuiva. Oggi lo chiameremmo crowdsourcing e ci scriveremmo sopra un piano industriale. Allora era semplicemente l'unico modo che conoscevamo per arrivare dall'albanese al norvegese senza soldi.
Ha funzionato. Persone che non abbiamo mai incontrato di persona, sparse per l'Europa, hanno tradotto un servizio gratuito perché gli sembrava una cosa giusta da fare.
Il planisfero
Tra le funzioni che gli utenti amavano di più c'erano le statistiche di accesso al proprio curriculum. Non un contatore: una mappa del mondo con un puntino rosso per ogni città da cui qualcuno aveva aperto il tuo CV.
Questa qui sotto è la mappa reale di un curriculum ospitato su EuroCv nel 2008. Ogni quadratino è una persona che, da qualche parte, ha aperto quella pagina.
Vedere quella mappa la prima volta è stato il momento in cui abbiamo capito che la cosa era diventata seria. Non stavamo più facendo un sito: stavamo gestendo l'identità professionale di persone vere, in posti che non avremmo saputo indicare su un atlante.
Gli anni buoni
Tra il 2007 e il 2008 EuroCv si è preso le sue soddisfazioni. È arrivato finalista al Global Junior Challenge, il premio internazionale di Roma per l'innovazione tecnologica a fini sociali. Si è affacciata l'Università di Newcastle. La Regione Friuli Venezia Giulia lo ha guardato per l'orientamento al lavoro, e c'è stata una bozza di protocollo d'intesa con le università. Abbiamo persino organizzato un concorso pubblico per il logo animato, aperto a chiunque volesse partecipare: chi vinceva entrava nello staff ufficiale.
Sul lato tecnico c'era una cosa di cui andiamo ancora fieri: EuroCv esponeva API pubbliche, con librerie client pronte in Java, PHP, Python, VB.NET, Flash e SOAP. Nel 2008. Chiunque poteva prendere i dati di un curriculum e portarseli altrove — perché quei dati erano della persona, non nostri.
Poi il mondo ha cambiato idea
Non c'è un momento preciso in cui EuroCv è finito. C'è un lento cambio di vento.
Arriva LinkedIn e il curriculum smette di essere un documento che scrivi: diventa un profilo che aggiorni. Arrivano i social network e la rete professionale conta più della pagina ben formattata. Le grandi piattaforme mettono sul piatto risorse che una software house di Trieste non può nemmeno immaginare. E soprattutto cambia la domanda a cui il curriculum rispondeva: non più «cosa hai fatto», ma «cosa sai fare davvero, e chi me lo garantisce».
EuroCv, però, non si è fermato. Ha continuato a essere sviluppato, aggiornato e mantenuto online — server, manutenzione, evoluzione del codice — fino al maggio 2026. Vent'anni di servizio ininterrotto.
Va detto com'è andata davvero, perché è la parte di cui andiamo più fieri: EuroCv non ha mai avuto un modello di business. Nessuna pubblicità, nessun abbonamento, nessun finanziamento esterno. È sempre stato un progetto di volontariato, sostenuto interamente da Shine Software: noi mettevamo il lavoro e i costi, i traduttori mettevano le lingue, e il servizio restava gratuito per chiunque.
Si può tenere in piedi una cosa così per vent'anni solo se ci si crede.
Il vero motivo della chiusura: i dati
Se dovessimo indicare una sola ragione per cui EuroCv non poteva continuare, non sarebbe LinkedIn. Sarebbe questa: nel frattempo è cambiato il significato stesso di dato personale.
Nel 2005 pubblicare il proprio curriculum a un indirizzo web pubblico era considerato progresso puro. Era esattamente il servizio: un link aperto, raggiungibile da chiunque, in tutto il mondo, senza barriere. Nome, cognome, data di nascita, indirizzo, telefono, email, percorso di studi, storia lavorativa completa, spesso una fotografia. Tutto accessibile a chiunque conoscesse l'indirizzo. All'epoca nessuno ci vedeva un problema: era il punto.
Oggi quello stesso elenco si legge in un altro modo. È il profilo perfetto per un furto d'identità, la materia prima ideale per una truffa costruita su misura, il punto di partenza di un phishing mirato o di una finta offerta di lavoro. E non serve più che qualcuno visiti la pagina: bastano gli scraper automatici che raccolgono qualsiasi contenuto pubblico e lo rivendono aggregato, o che lo riversano nei dataset con cui si addestrano i sistemi di intelligenza artificiale. Un curriculum pubblicato nel 2008 in buona fede può essere stato copiato mille volte in posti che nessuno controlla più.
Il GDPR, dal 2018, ha messo per iscritto questo cambio di sensibilità. Minimizzazione dei dati, base giuridica per ogni trattamento, consensi granulari e revocabili, limiti di conservazione, diritto alla cancellazione e all'oblio, portabilità, notifica delle violazioni, valutazioni d'impatto. Sono regole giuste, e in buona parte descrivono cose che nel 2005 semplicemente non ci ponevamo.
Il punto è che un servizio come EuroCv, oggi, non si adegua con qualche ritocco. Andrebbe rifatto daccapo con una filosofia opposta a quella con cui è nato: profili chiusi per impostazione predefinita, indicizzazione bloccata, difese attive contro lo scraping, cifratura dei dati a riposo, cancellazione automatica dei profili inattivi, registri dei trattamenti, procedure di risposta agli incidenti, un responsabile della protezione dei dati. Tutto legittimo e necessario — ma è un altro prodotto, con costi e responsabilità legali che un progetto di volontariato non può reggere.
La verità è semplice: l'idea di piattaforma libera e aperta, dove i dati si condividono senza attriti perché condividere è un bene in sé, appartiene a un'altra epoca di internet. Non perché fosse un'idea sbagliata, ma perché il mondo attorno è diventato più predatorio di quanto immaginassimo.
Per questo abbiamo scelto di chiudere invece di lasciar andare avanti le cose. Tenere online un servizio che custodisce dati personali di persone reali, senza poter garantire il livello di protezione che quelle persone hanno oggi il diritto di aspettarsi, sarebbe stato irresponsabile. Nell'arco della sua vita EuroCv ha aiutato decine di migliaia di persone a presentarsi e a cercare lavoro: era giusto che finisse proteggendole, non esponendole.
Alla fine il progetto si è chiuso come si chiudono quasi tutte le cose: senza un annuncio e senza una cerimonia. Ma la decisione, quella, è stata presa con gli occhi aperti.
Cosa resta di EuroCv
Resta un'intuizione che il tempo ha promosso, non bocciato. EuroCv diceva tre cose, nel 2005: i dati professionali appartengono alla persona; devono essere raggiungibili con un link, non allegati a una mail; devono attraversare le lingue e i confini d'Europa.
Sono esattamente i principi su cui l'Unione Europea sta costruendo oggi le credenziali digitali: diplomi e attestati firmati elettronicamente, custoditi dalla persona nel proprio portafoglio digitale, verificabili in un istante da qualsiasi datore di lavoro, in qualsiasi Stato membro. Il curriculum autodichiarato lascia il posto alla competenza dimostrabile.
Avevamo ragione sul problema. Eravamo solo in anticipo di vent'anni sugli strumenti.
Perché questo dominio porta qui
I domini eurocv.eu ed eurocv.it non verranno rinnovati: alla scadenza saranno dismessi, insieme ai sottodomini personali su cui vivevano i curriculum. Riaccendere il servizio non è un'opzione, per le ragioni che abbiamo spiegato qui sopra.
Finché quegli indirizzi esistono, però, portano tutti qui — compresi i vecchi indirizzi dei singoli curriculum. Chi arriva da un link di quindici anni fa non trova una pagina di errore, ma la storia di ciò a cui quel link apparteneva. È il modo più onesto che conosciamo di chiudere: accompagnare il progetto alla porta, invece di staccare la spina e andarsene.
EuroCv è stato progettato e sviluppato da Shine Software a Trieste a partire dal 2005, ed è rimasto online al servizio dei suoi utenti fino al maggio 2026, con l'aiuto di decine di traduttori volontari in tutta Europa. A tutti loro, grazie.
